Cataloghi di mostre personali 2010-2019
Cataloghi di mostre personali 2010-2019
Il cubo di vetro di Museion pone sfide alquanto simili a chi è chiamato a presentare l’arte al suo interno: i grandi spazi permettono di abbozzare una museologia e una museografia contemporanea per le mostre temporanee, ma per quanto riguarda le collezioni si esige una museologia “del passato” – ovvero una suddivisione in sale. Nasce da qui l’idea di coniugare una presentazione del patrimonio museale con una grande mostra contemporanea, e di affidarne la regia a due artisti.
[…] Stefano Arienti e Massimo Bartolini, con il loro intervento, non solo hanno “riattivato” moltissime opere della collezione, ma hanno anche messo in moto numerosi meccanismi e svariate funzioni cui è chiamato a rispondere un museo.
In primo luogo, hanno messo a punto una significativa operazione di museologia contemporanea, facendo praticamente coincidere l’allestimento con un’immensa opera, con una grande installazione progettata a quattro mani. Ispirati dal senso di meraviglia che entrambi hanno provato visitando i depositi che conservano l’eterogenea collezione di Museion, hanno deciso di condividere quell’emozione con il pubblico, e di trasferire, dunque, 84 griglie, e una ventina di sculture, dal -2 (piano dei depositi) al +3 (spazio espositivo). ln questo cambio di destinazione, le griglie, destinate a diventare accessibili a tutti per quasi un anno, sono state selezionate in base alla loro composizione particolarmente accattivante e in base a una suddivisione che esiste anche nei depositi: infatti, quelle di misura inferiore recano esclusivamente opere dell’Archivio di Nuova Scrittura, un significativo insieme di opere, raccolte dal collezionista Paolo Della Grazia, che indaga i rapporti tra immagine e testo, di cui Museion ha in comodato più di 2.500 pezzi.
Anche se sono state individuate delle grate con degli insiemi di opere particolarmente emblematici e interessanti, le posizioni all’interno di queste ultime non sono state modificate, fatta eccezione per le opere di luce che, dopo diverse riflessioni, sono state lasciate nei depositi. Le grate, cui vengono gradualmente appese le opere, man mano che entrano nella collezione di Museion, sono state portate nelle sale espositive, con la volontà esplicita di mostrare al pubblico la loro composizione fortuita. Diversamente, la sequenza delle grate stesse e il posizionamento, finalizzato a un percorso per i visitatori, sono stati attentamente studiati dai due artisti, consapevoli dell’importanza della fruizione totale dell’operazione messa in atto. ln pratica, si è rinunciato del tutto a pareti divisorie, affidando la suddivisione degli spazi alle sole griglie di tre diverse misure, sulle quali sono esposte più di 1.300 opere che vengono a formare una grande installazione.
[…] I due approfondimenti più originali sulla collezione sono costituiti dalle opere realizzate dai due artisti, poi confluite nel patrimonio museale. L’opera nell’opera di Stefano Arienti rinvia all’impiego reiterato della macchina fotocopiatrice da parte dell’artista, utilizzata, secondo una sua definizione come “torchio domestico”. La fotocopia permette la documentazione immediata di un soggetto e apre a innumerevoli reinterpretazioni personali e al contempo acuisce una riflessione sulla moltiplicazione e la diffusione d’arte. Nel mondo dell’arte, è noto, per esempio, il desiderio di Oyvind Fohlstrom di realizzare delle copie a bassissimo costo delle sue opere, affinché fossero accessibili e acquistabili dai più. Anche Stefano Arienti, all’interno dell’opera, tocca spesso la qualità “comunitaria” di quest’ultima, sia dal punto di vista della creazione, che non considera assolutamente un momento solipsistico, sia da quello della fruizione, che apporta costantemente nuovi valori; inoltre, come spesso nei suoi lavori, anche in questo caso c’è un atto di esplicita condivisione con il pubblico. Nel caso di Museion, Stefano Arienti si è fatto consegnare una quarantina d’immagini che fossero rappresentative della collezione museale, le ha fotocopiate ed è poi intervenuto sul Ioro retro con un pirografo. Il risultato sono una serie di matrici che, nella loro natura di calchi, hanno un legame molto stretto con la collezione, sconfinando quasi nel ready-made.
L. Ragaglia, Stefano Arienti, Massimo Bartolini -2 +3. La Collezione di Museion, Cronaca di una grande installazione, in –2 +3: Stefano Arienti, Massimo Bartolini: la Collezione di Museion, catalogo della mostra (Museion, Bolzano, 30 ottobre 2010 – 16 ottobre 2011), Museion, Bolzano e Mousse Publishing, Milano, 2011, pp. 7-12.
Tassonomia
Arienti ha redatto una tesi di laurea sperimentale in Agraria su di un virus della vite. Dai suoi studi, orientati alla scienza naturale, ha preso l’attitudine a mettere in ordine le cose e i fatti. Oppure ha scelto un certo tipo di studio per restare in una dimensione ordinativa che fa parte del suo carattere da sempre.
Sapere
Un aspetto continuo del lavoro e della vita di Arienti sta nel cercare nuovi territori da sondare, quasi da dissodare nel senso della conoscenza. La sua concezione del sapere si direbbe cumulativa e basata su di un impulso enciclopedico, che si lascia affascinare più dalla viva materia che dalla teoria.
Problemi
Per Arienti i problemi rilevanti sembrano essere quelli che toccano il prima e il dopo, il come e il perché. Non è appassionato di teorie sociologiche o filosofiche, quanto della maniera in cui procedono i fenomeni vitali. Anche le manifestazioni delle dinamiche collettive e umane in genere vengono riportate alla maniera in cui la natura tutta, nei suoi differenti aspetti ma nel suo modo di funzionare unitario, si comporta quando fa nascere o morire un tipo di forma e di dispositivo.
Focillon e Kubler
Le forme sembrano avere una vita che le porta dalla nascita alla decadenza; il tempo incarna questo processo e la vita delle forme si incardina in tempi più o meno lunghi, spesso molto dilatati o comunque difficilmente osservabili dal punto di vista limitato della durata di una vita umana. In questo senso, due teorici Henri Focillon e George Kubler sembrano essere tra coloro che meglio ci aiutano a comprendere il lavoro di Arienti, quantomeno tra quelli che si sono interessati di arte visiva.
[…] La natura così come l’evoluzione dell’uomo vivono della morte. Se non ci fosse questo metodico spazzare via il passato non ci sarebbe spazio per nuove forme, anche se nuovo non significa, per Arienti, necessariamente migliore. Dunque la storia corre lungo binari crudeli, che l’artista ha mostrato vent’anni fa nella sua serie di diapositive dedicate alle bestie morte, oppure vive di momenti attesi e cercati, come una festa di nozze, che si consumano in un giorno: tra le sue opere una raccolta in apparenza gioiosa ma in effetti drammatica sui fogli con cui gli “Oggi sposi” orientano i propri ospiti verso il luogo della festa.
A. Vettese, Qualche parola su Stefano Arienti, in Fenix: di Foofwa d’Imobilité e Stefano Arienti, catalogo della mostra Stefano Arienti: Custodie vuote (Teatro La Fenice, 27-28 luglio 2012; Fondazione Bevilacqua La Masa, 27 luglio – 30 settembre 2012), Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia, 2012, pp. 7-8.
ln occasione della nascita del Festival Lo spirito della musica di Venezia, organizzato dal Teatro La Fenice, il Sovrintendente Cristiano Chiarot ha deciso di ampliare questa sperimentazione con uno spettacolo a quattro mani di danza e arte contemporanea. Il danzatore – coreografo Foofwa d’Imobilité e l’artista visivo Stefano Arienti hanno messo a fuoco i propri progetti che, in un felice e fruttuoso confronto, sono confluiti nello spettacolo FENIX. Non è una tradizionale collaborazione tra coreografo e scenografo, ma una ricerca sperimentale autonoma per un reciproco obiettivo. Questa è la novità. L’interdisciplinarità non è un tema nuovo. Nuovi sono il dialogo delle conoscenze, instaurato dalla tecnologia, e le relazioni interdisciplinari che ne conseguono. Flessibilità e ciclicità costituiscono il nucleo tematico di FENIX e sono anche il perno attorno al quale ruota il dialogo tra immagini e danza, tra FENIX e Custodie Vuote, la mostra di Stefano Arienti a Palazzetto Tito.
ln questo nuovo corso di Arte Contemporanea a Teatro, la proiezione realizzata da Arienti per il sipario tagliafuoco precede ma, a differenza di prima, ha un legame con ciò che avviene sul palco. Per un’ora le scansioni di copertine di CD di musiche di tutto il mondo scorrono sul tagliafuoco componendo la visione geografica del globo che, a sua volta, suggerisce la metafora della flessibilità dei confini, tipica della musica, e soprattutto del primo elemento ciclico: la rotazione terrestre. Oggi la musica si ascolta prevalentemente in rete e i CD sono in via d’estinzione. Anche l’obsolescenza tecnologica è un tema ciclico, che influisce sui comportamenti, le conoscenze, le abitudini, perfino affettive.
La flessibilità delle forme e l’apertura ad altre discipline sono questioni centrali nel lavoro di Stefano Arienti e trovano una figura emblematica nel Libro Fenice, esposto all’ingresso del teatro per tutta l’estate. È un libro di circa quattrocento pagine, la maggioranza delle quali sono disegnate da Arienti con la collaborazione di Giuseppe Ferrè. I disegni provengono da un enorme repertorio di foto scattate da Arienti sul ciclo delle stagioni. I visitatori sono invitati a porre firme, commenti, messaggi: alla fine avremo una sovrapposizione di presenze in dialogo tra loro e con l’artista stesso e un richiamo alla pratica diffusa di lasciare tracce, che è diventato un topos contemporaneo. Dalla scansione digitale di alcuni di questi disegni Arienti ha composto una sequenza che viene proiettata all’interno dello spettacolo. Il cerchio si chiude con un fluido scambio sulla ciclicità dei movimenti dei danzatori e delle immagini, dal quale emerge l’analogia con le stagioni e il richiamo al mito della fenice che risorge da se stessa.
[…] La mostra a Palazzetto Tito è un progetto originale che presenta molte opere nuove e dilata il concetto di ciclicità presente in FENIX. La sequenza dei CD diventa una grandiosa installazione a parete: avvolge come una tappezzeria la stanza centrale. Si alternano copertine e custodie vuote, da cui proviene il titolo della mostra. ln realtà copertine e custodie sono tutte vuote, simbolo della progressiva sparizione dei CD.
L’alternanza tra le figure delle copertine e le custodie trasparenti, distribuite a rete sul muro, coglie la parentela con i vetri a piombo delle finestre.
[…] Infine in una stanza appare in un monitor la selezione dei video che Foofwa ha realizzato per mettere a punto la coreografia. Ritorniamo a FENIX e alla ciclicità che ha unito arte visiva, danza e le loro infinite intuizioni.
F. Pasini, Stefano Arienti, la ciclicità di arte, danza, natura, pittura, libri, in Fenix: di Foofwa d’Imobilité e Stefano Arienti, catalogo della mostra Stefano Arienti: Custodie vuote (Teatro La Fenice, 27-28 luglio 2012; Fondazione Bevilacqua La Masa, 27 luglio – 30 settembre 2012), Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia, 2012, pp. 17-19.
Villa Croce presenta il grande progetto espositivo di Stefano Arienti dove le Meridiane, corpus di opere inedito dell’artista iniziato nel 2012, dialogano con una selezione di lavori della collezione del museo. Le circa ottanta Meridiane e Fondi di Arienti, carte e intonaci dal formato invariato, nascono in stretta relazione con il sole e i suoi movimenti. Disegnate con la luce, alla finestra di casa o dello studio, attraverso una tecnica affinata negli anni dove le variazioni dei raggi sono tradotti con scale di colori scelti di volta in volta. La suggestione di partenza è quella delle quadrerie antiche, dove le opere venivano disposte inseguendo linee di gusto e cadenze estetiche; così a Villa Croce come suggerisce Arienti “le opere si dispongono con molta libertà, senza rispettare criteri museografici, ma favorendo il ritmo dell’attenzione e della scoperta”, nell’intento anche di restituire alla villa la sua funzione originaria di spazio abitativo. La selezione dalla raccolta ricostruisce la storia del museo dalla sua inaugurazione con i primi lavori entrati a farne parte, la collezione Ghiringhelli, le donazioni e le acquisizioni fino alle ultime opere legate a interventi site-specific.
Stefano Arienti – Finestre Meridiane, Intersezioni con la collezione di Villa Croce (Museo Villa Croce, Genova, 15 ottobre 2017 – 14 gennaio 2018), brossure, a cura di Anna Daneri e Francesca Serrati, Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce, Genova, 2017, s.p.
L’opera di Arienti è guidata dalla tensione a sottrarre lo spettatore dall’assedio delle immagini – una vera e propria dittatura, secondo l’artista – che asfissia la vita contemporanea. Questa intenzione si riversa in un costante sperimentalismo, declinato in un infinito catalogo di materiali e tecniche: materiali quotidiani come buste della spesa, fumetti, libri, cartoline, poster, giornali, puzzle, pongo, polistirolo, dischi, sono oggetto di un intervento fatto di gesti sottili e ripetitivi come piegatura, taglio, traforatura, cucitura, graffiatura, cancellatura, bruciatura, collage, fotocopiatura. “Procedimenti diversi danno luogo ogni volta a risultati diversi, e questa libertà mi è necessaria”, afferma l’autore.
Fra le addizioni più recenti a questo inventario, i supporti tessili segnano un’altra tappa della sua “via paradossale alla pittura”. Il desiderio di misurarsi appieno con una delle tecniche principali di quest’ambito – quella dell’arazzo – ne ha fatto l’interprete ideale del progetto presentato con la Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture di Castelbasso in occasione del bando Italian Council. Al centro della proposta è infatti la realizzazione di un ciclo di arazzi nei laboratori dell’Arazzeria Pennese di Penne (PE). Retina nasce dal proposito di svelare le possibilità contemporanee di una tecnica tanto remota nel tempo quanto diffusa geograficamente attraverso le culture.
Il progetto s’iscrive nella cornice della riflessione sul lavoro artigiano che innerva una delle linee programmatiche della Fondazione, mettendo in dialogo il grande patrimonio che l’Abruzzo ha espresso in questo campo con le istanze contemporanee.
[…] Arienti si avvicina al supporto tessile per la qualità materiale con cui traduce l’immagine, in specie il repertorio ornamentale – veicolo di contaminazioni culturali. L’artista si muove liberamente tramite l’aderenza alla tecnica (sottoponendo stoffe o tappeti a processi di tintura che ne riducono il partito decorativo) o la sua reinterpretazione tramite altri procedimenti (come nell’ampio ciclo di carte da lucido con ricalchi di motivi ornamentali).
Presente da una data anteriore, la fotografia è interpretata primariamente nel suo valore di riproduzione meccanica. ln un processo d’inesauribile investigazione del medium, l’immagine fotografica è posta in dialogo con i materiali più diversi: dai canonici supporti cartacei – all’interno dei confini editoriali, come testimoniano i libri d’artista, o attraverso processi meccanici quali la fotocopiatura – a quelli più eterodossi come cemento, legno, moquette. Quella che l’artista definisce la “sfida” legata alla traduzione dell’immagine fotografica, prosegue ora con l’adozione dell’arazzo, aprendo un nuovo capitolo verso una sorta di “fotografia tessuta”.
Apparentemente distanti tecnicamente, fotografia (digitale, in questa occasione) e arazzo presentano inaspettate similitudini determinate dalla parcellizzazione dell’immagine (costituita da pixel nel primo caso e intessuta con i fili nel secondo). La scelta dell’immagine, che per Arienti può essere indifferentemente creata o trovata, si è orientata in questo caso verso la prima tipologia: si tratta di fotografie scattate nel corso dei suoi viaggi, sottoposte a un processo di elaborazione digitale di retinatura (da qui il titolo del progetto) che produce una semplificazione formale, approssimandosi alla tecnica del disegno. Il passaggio ulteriore della tessitura determina una traduzione delle immagini, e in tale interpretazione tecnica e concretizzazione materica – mediata dalla macchina – risiede l’interesse primario dell’autore. L’immagine è così restituita attraverso un’opera autonoma proseguendo la propria vita.
S. Ciglia, Note al progetto, in Stefano Arienti, Retina, catalogo della mostra (Istituto italiano di cultura, Barcellona, 21 giugno – 14 luglio 2019; Palazzo De Sanctis, Castelbasso, 21 luglio – 2 settembre 2019), a cura di Simone Ciglia, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2019, pp. 11-17.
Long interested in Asia, Arienti spent most of his first residency period at the Museum in 2004 exploring the Japanese collection and the installation photographs of the second Chinese Room. He returned in 2006 to continue his research. He became interested in the inventory binders compiled in 1927 by Kojiro Tomita and his nephew Shunichiro Tomita containing drawings and descriptions of Gardner’s Asian collection. During this visit the conservation team was busy preparing for the Journeys East: Isabella Stewart Gardner and Asia exhibition, so Arienti was able to study objects that were usually in storage like the tea set given to Gardner by curator Okakura Kakuzo along with other objects being considered for inclusion in the show. The Asian Shore, which opened in June 2007, brought historic and contemporary art together to coexist in the space. A pair of seventeenth-century Japanese fusuma (sliding doors) decorated with a design of bamboo shoots from the Museum’s collection joined one hundred drawings by Arienti collectively titled Second Chinese Room; rugs hand-dyed red and black by the artist himself covered the gallery floor. Arienti’s drawings focused on the “lost” objects from the dismantled room: altars, votive items, screens, stands, sculptures of various Buddhas, and more. A frieze-like canon of human gesture, the drawings touched on notions of permanence and ephemerality.
Visitors to The Asian Shore were urged to indulge in this opportunity to stop, sit, and reflect on the work around them and to discover the emotional charge created by the juxtaposition of the rugs’ simple abstraction, the drawings of Buddhas and other lost objects, and the quiet beauty of the ancient Japanese doors. A talented draftsman, Arienti turns everyday objects into unusual surprises. He has an inexhaustible toolbox of techniques.
[…] In 2012, to inaugurate the reopening of the Museum, Arienti produced the first artwork for the new façade on Evans Way. In bright red he drew an ailanthus tree (also known as the tree-of-heaven), a fast-growing tree and a prolific seeder with an extensive root system that today is considered an invasive species. Also as part of the opening celebration, Arienti was asked to create a modern-day version of Isabella Gardner’s guest book, a place for her friends old and new to record their responses to their visits – ideally witty, artistic, or both. Installed in the new Living Room, Libro Azzurro (referring to the original blue-covered guidebook to the Museum) interspersed pages with Arienti’s own remarkable drawings with blank pages that invited visitors to contribute comments, anecdotes, and imaginative gestures. These entries will forever capture the public enthusiasm sustained throughout the opening year of the new wing.
P. Cavalchini, Stefano Arienti, in In the Company of Artists, catalogo della mostra (Isabella Stewart Gardner Museum, Boston, 17 ottobre 2019 – 20 gennaio 2020), a cura di Pieranna Cavalchini, Isabella Stewart Gardner Museum, Boston, 2019, pp. 154-159.