Riviste 1980-1989
Riviste 1980-1989
Infatti Stefano Arienti, che riconosce esplicitamente il suo dilettantismo e l’occasionalità delle sue azioni in ambito artistico, è riuscito ad intervenire nella maniera più pertinente: ha colorato con dei gessetti delle pareti nascoste, confondendosi e interagendo con le incrostazioni, le crepe, le macchie di umidità. Il suo intervento, leggero, deperibile prima degli altri e quasi impossibile da fotografare, è scaturito da un lento processo di osmosi con il luogo, cattedrale industriale, macchina arrugginita e metallo pesante.
G. Ciavoliello, Brown Boveri, in “Flash Art”, n. 128, estate 1985, pp. 60-61.
Di questo artista sono già ricordo indimenticabile la colorazione a pastello delle muffe alla Brown Boveri, i sacchetti di plastica tagliuzzati e allungati a forma di alghe, le barchette come i cappelli dei muratori di carte trovate o toccate a pastello, i libri che esplodono in forma piegandone le pagine. Come Giulio Paolini dava forma ai principi Stefano Arienti con uguale rigore dà statuto all’effimero.
C. Levi, Spunti di giovane arte italiana, in “Flash Art”, n. 142, gennaio-febbraio 1988, p. 100.
What then currently exists in Italian artistic production is a schizophrenic relationship between the nostalgia, romanticism and desire of “dramatic”, individualistic communication and nihilistic deconstruction of both representational modes, with the adoption of abstract and or collage/montage techniques, and a critique of the current state of communication. […] or Stefano Arienti’s violation of books, x-rays, or any found communicative page by folding, are retrospective not in that they recycle old modes or styles of artistic production but in that they display an historic nostalgia, or romanticism, for old modes of communication: not micro-chip communication but that which was ushered in by the industrial revolution and the printing press – a means of communication born from the physical, the mechanical and not the technological.
A. Iannacci, Nihilistic Nostalgia – the death of the drama of communication in recent Italian art, in “ArtScribe International”, n. 69, maggio 1988, pp. 62-65.
Arienti works with printed paper. Pages from newspapers, comic books, and telephone directories are repeatedly folded and then turned out to create extremely light and apparently ephemeral sculptures. Banal posters with romantic Iandcapes are riddled with holes, superimposing on the printed image an abstract design which nonetheless refers, through the logic of its execution, to the initial printing process. Complicated puzzles are simply reconstructed and hung on the wall. With Arienti both the artistic act and the quotidian overflow of information lose any tragic implication. The artist’s individuality is removed from his own work – or rather, it manifests itself in the abandonment the creative process, in a participation that implies neither reason nor invention but rather a therapeutic repetitiveness, and in gestures intended, one might say, to leave one’s mind free to think of other things.
G. Magnani, B. Schwabsky (traduttore), The Scene of Absence, in “Arts Magazine”, aprile 1989, pp. 55-59.
A parte quelle che sono evidenti, mi pare che l’arte degli Anni ’60 -’70 sia nata sotto la pressione di una vita difficile, intendo nei suoi aspetti materiali, intellettuali, espressivi, mentre quella di adesso sfugge, più e meglio, alla razionalizzazione del sistema; è ironica, a volte gioiosa, e i vari aspetti della modernità vengono risolti con molta leggerezza.
[n.d.r. sono parole della collezionista Rosangela Cochrane intervistata nell’articolo]
G. Risso, Collezionare i giovani, in “Contemporanea Art Magazine”, n. 6, marzo-aprile 1989, pp. 70-75.
Li accomuna, al di Ià delle singole ricerche, un’identità di tono e di atteggiamento espressivo. Nessuna drammaticità, nessuna tensione onirica o visionaria, nessuna forzatura del linguaggio: alla trasandatezza di tanta pittura neoprimitivista subentra qui un gusto per la confezione di opere eleganti, a metà tra il gioco e l’aforisma visivo, tra l’oggetto magico e l’oggetto che tiene compagnia. Appartengono a una generazione che non ha avuto illusioni, il che significa che non ha avuto delusioni. E un’atmosfera di affidabilità si avverte in tutti questi lavori: una mitezza disincantata, una consapevolezza senza miti ma anche senza risentimenti. È un’arte colta, la loro, che si nutre di filosofia più che di emozioni, ma che allo stesso tempo ama dare alle proprie idee un’apparenza aggraziata e scherzosa.
E. Pontiggia, I sette della lega lombarda, in “Il Giornale”, 24 settembre 1989.