
Interviste 1980-1989
Interviste 1980-1989
E. Grazioli: Due osservazioni per aprire il dibattito: da un lato credo che sia necessario intervenire a livello teorico per allontanare oltre al resto soprattutto ciò che i saccenti maliziosi e gli ipocondriaci malcontenti si ostinano a chiamare “ritorno” ad ogni presentarsi di cose nuove e nuovi tentativi; dall’altro vorrei mettere in rilievo come voi, in quanto generazione nuova di artisti, finalmente non avete più da dover fare i conti solo con un’unica generazione precedente come è successo in questi ultimi anni con la Transavanguardia o l’Anacronismo, ma ritrovate il rapporto con una più larga pluralità di esperienze.
Stefano Arienti: Faccio molta fatica a pensare ad un’eventuale poetica o a qualcosa che possa spiegare in che modo lavoro; è più facile per me pensare che è per salti e per mutazioni del linguaggio che produco, più che parlare di problemi che hanno radici anche filosofiche, dell’allontanamento del linguaggio, della sua filogenesi eccetera: sono problemi che mi toccano solo marginalmente. Nel mio caso, io non utilizzo dei criteri fissi di lavoro, è più interessante per me vedere di capire come lavoro, piuttosto che saper mettere insieme tutto questo, quello che faccio, in qualcosa di riconoscibile. Per me, scopro le finzioni dell’arte, più che i problemi o gli ingredienti, gli organismi e gli apparati funzionanti da capire e da saper gestire. Ho continuato a mostrare l’arte come un personaggio già esistente e con cui convivere, per cui l’arte è una compagnia e ho cominciato ad avere un rapporto da pensionato più che da bambino o da sapiente o da virtuoso. È un rapporto che esiste da sempre, di cui scopro la compagnia. Per cui anche tutta la storia del superamento, ribaltamento dei valori e di azzeramento mi sembra poco interessante per uno che voglia invece sostituire a delle mitologie, che sono dei sistemi linguistici particolari, la capacità di allenarsi a fare dei salti tra le reti possibili del proprio linguaggio mentale. Questo per me è già più difficile e nessuno ci riesce per conto proprio: per me è interessante vedere il modo di lavorare per comparazione, così io non lavoro mai da solo anche se eseguo i lavori da solo, ho sempre bisogno di qualcuno o qualcosa di esterno che mi dia uno stimolo o intellettuale o manuale o di qualsiasi altro genere, magari una mia proiezione ipnotica di qualcosa. Quindi mi trovo l’arte già bell’e fatta, un organismo vivente già pronto, che non ha bisogno di essere avvicinato e addomesticato a tutti i costi: funziona già da solo. Finito un lavoro mi accorgo che potrebbe anche averlo fatto un’altra persona – ed è la cosa più divertente, perché scoprire il modo di entrare in amicizia col lavoro è una gran cosa.
Maurizio Turchet: Quindi per te il ready-made è solo un sostrato, una struttura su cui si appoggia qualcos’altro di nuovo.
Stefano Arienti: Il problema del ready-made è una cosa lontanissima da quello che faccio, niente a che fare, solo accidenti che provocano qualcosa.
E. Grazioli, L’urgenza e la poesia, in “Flash Art”, n. 136, dicembre 1986 – gennaio 1987, pp. 52-55.
A che tipo di lavoro avete pensato per questa occasione?
[…] S.A: Tutte le volte che parlo del mio lavoro in sé finisco per essere sempre molto reticente, non riesco mai a capire cos’è per me, quale è il significato che voglio dargli, anche perché non credo valga la pena ormai di insistere ancora su queste cose. Tanto è vero che quando ci troviamo è più facile che sia il modo in cui si vivono le cose a creare la sintonia piuttosto che altro. Infatti, quello che faccio non discende da una logica, ma è un insieme strumentale di orizzonti e di cose tenute assieme. A me piace molto la carta piena di immagini perché ha una grossa carica di ambiguità portatrice di linguaggio, è un elemento molto complicato su cui intervengo con dei processi banali e maniacali. Comunque non è nessuno di questi elementi ad interessarmi, ma se il loro insieme riesce a dare un’arietta particolare. È ciò ad essere interessante (ride), non il professionismo di cui è già troppo pieno il mondo. Non mi interessa essere bravino.
S. Arienti, in Soggetti, in “Flash Art”, n. 146, ottobre-novembre 1988, pp. 96-97.
[…] Stefano Arienti: non sono andato a cercare l’arte, perché non sapevo neanche cosa fosse. Mi è capitato di conoscere delle persone che la praticavano e così ho cominciato anche io… […]
Rosma Scuteri: Hai cominciato subito a lavorare con la carta? I tuoi primi lavori che ho visto erano una piegatura delle pagine dell’elenco telefonico…
Luigi Ontani: …Sì, l’ho consultato anche io qualche volta…
S.A.: (risata) Lì c’era anche un po’ di colore, io dipingevo quelle pagine. Perché prima, per hobby, dipingevo con delle tempere sulla carta. Sui fogli o sui giornali, o sui disegni che avevo fatto alle medie.
R. S.: E poi cosa è successo? È arrivato Corrado?
S: A.: Sì è arrivato Corrado. E poi quei fogli invece di continuare a dipingerli, ho cominciato a piegarli, a farci delle barchette. Anche con quelli che erano già dipinti.
R.S.: Quindi tutte le scelte mi sembrano casuali…
S.A.: Sì, sono abbastanza casuali.
R.S.: Poi però hai sempre continuato a lavorare con la carta… è stato casuale anche quello o cominciavi a formulare una poetica dell’arte?
S.A.: Nel frattempo, conoscevo di più l’arte, ed era un motivo di comodità lavorare con la carta, non perché avesse un significato particolare.
R.S.: Comodità perché? Perché costava meno della tela e dei colori?
S.A.: Perché non avevo bisogno di sporcarmi la faccia per dipingere, e poi era bella, colorata.
R.S.: Sì, ma quella cosiddetta “pulsione” o altro, che ti spingeva a fare arte, qual era?
S.A.: …Ci sono due cose, l’ideazione, il desiderio di un lavoro, di un materiale, di una cosa…e il progetto, la manualità per farlo.
R.S.: E quindi pieghi sempre la carta…
S.A.: È un gesto molto semplice, molto facile, che permette di ottenere molti effetti, molte sorprese.
[…] R.S.: Stefano cosa vuoi fare di questa tua arte?
S.A.: Voglio andare avanti, voglio vedere cosa posso combinare, se continua a piacermi.
R.S.: Quali sono le condizioni perché possa continuare a piacerti?
S.A.: Se mi permette di vivere.
R.S. Cioè, se può anche darti dei soldi?
S.A.: I soldi non riesco neanche a spenderli, non sono importanti. Insomma, non faccio l’arte per i soldi. Mi piace farla perché risponde a delle mie esigenze personali e mi dà soddisfazione. E poi mi sembra che piacciano le cose che faccio…
R.S.: Pensi di continuare a usare la carta come strumento?
S.A.: No, non necessariamente. Penso di continuare a fare delle cose che mi piacciono e che provocano qualche reazione nella gente.
R.S.: Ma perché proprio la carta e non il pennello?
S. A.: Per un discorso di pulizia, piegare la carta è molto semplice, non ha bisogno di virtuosismi particolari, anche se le cose che ottengo sono alla fine elaborate…
R.S.: Devo dire, però che a Milano c’è una certa tendenza a creare l’ ”oggetto”, quasi freddo, quasi calcolato, qualche volta elegante…
S.A.: Non ho un rapporto con la città in questo senso, e non lo sento così. Mi piace che ci sia un po’ di calore nelle cose che faccio. Non mi piace, per esempio, la freddezza che aveva l’Arte Concettuale negli anni ‘70.
R.S.: Ma il tuo lavoro e anche un po’ concettuale o “paraconcettuale”, se vuoi …
S.A.: Non so…
R.S.: Ma tu hai avuto degli amori in arte, hai avuto dei maestri?
S.A.: Io conoscevo l’arte fino agli anni ’50, ’60. L’arte contemporanea ho cominciato a conoscerla dall’85 in poi, andando in giro. Più che un rapporto di lingua, di conoscenza, o di sperimentazione, c’è l’esperienza personale.
[…]
R. Scuteri, Luigi Ontani, Stefano Arienti, in Arca, catalogo della mostra (Castello di Volpaia, 9-24 settembre 1989), Fattoria Editrice in Radda in Chianti, Radda in Chianti, 1989, pp. 119-123.
