Interviste 2020-2029

Interviste 2020-2029

Francesca Palmieri:
Un’altra relazione costantemente mediata da una distanza è quella che stabiliamo con le immagini. Le immagini digitali, continuamente disponibili e di fatto immateriali, si muovono in uno spazio in cui le distanze sono completamente azzerate, senza necessariamente creare vicinanza.
All’estremo opposto, nello spazio del museo, si incontra l’immagine nella sua materialità, e l’incontro è sempre normato da una distanza. Negli ultimi mesi, l’impossibilità di accedere a spazi reali, ha risvegliato l’attenzione sulla qualità oggettuale dell’immagine, tema centrale nella pratica artistica di Stefano Arienti (Mantova, 1961), fin dagli anni Ottanta. I tuoi lavori partono spesso da immagini preesistenti, che utilizzi come materia prima, sottolineandone il carattere di oggetto e le caratteristiche fisiche. Il gesto artistico modifica l’oggetto di partenza mutandolo in altro. Qual è il rapporto del gesto con l’immagine? E credi che l’opera finita amplifichi o restringa la distanza con l’immagine?

Stefano Arienti:
Il gesto se compare come visibile, serve solo a dare un’energia necessaria all’immagine. La dinamizza in una direzione che la renda meno usuale e, si spera, più pittorica. Non credo di riuscire a modulare la distanza all’immagine. L’opera d’arte è un organismo vivo e reattivo che può essere confidente o ritroso, ma la sua natura non dipende così tanto da me come autore, dipende di più dalla disponibilità e curiosità dello spettatore.

F.P.: La tua pratica artistica ha dei tratti comuni alla ricerca antropologica, e hai spesso sottolineato l’importanza dell’”enciclopedia per il tuo lavoro, così come per la tua formazione di provenienza. Quali sono nella tua esperienza i punti di incontro tra approccio antropologico ed enciclopedico? E a che distanza ti mettono rispetto all’oggetto della tua ricerca?

S.A.: Sono un povero ignorante che si fida dell’enciclopedia come risorsa per capirci qualcosa del mondo. L’antropologia ci ha aiutato ulteriormente raccontandoci come reagiamo al mondo, e spiegandoci i contesti differenti che caratterizzano i fatti del mondo. Mi piace quando un’esperienza diventa un fatto concreto e produce addirittura oggetti in grado di testimoniare qualcosa. Anche opere d’arte.

F.P.: Oggi la velocità e la sovrabbondanza di immagini portano a riconsiderare il concetto di originalità. È difficile parlare di “nuovo”, se non come una interpretazione differente di quello che già ci circonda. Com’è cambiato nel tempo il tuo rapporto con le immagini?

S.A.: Mi affido molto di più alle immagini che produco autonomamente, con macchine fotografiche, dispositivi digitali o meccanici, disegni, pitture, ricette di manipolazione manuale… Oggi le mie immagini non le trovo diverse da molte che già mi circondano, non mi interessa che siano originali o nuove, voglio solo che siano vive.

F. Palmieri, Oggetto-immagine con Stefano Arienti, in A distanza ravvicinata, un altro sguardo sulla collezione, catalogo della mostra (Galleria Nazionale d’arte Moderna, Roma, 18 maggio – 8 novembre 2020), a cura di Cristiana Collu, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2020, pp. 78-79.

Arienti, dove trascorre la quarantena?

Nella mia casa milanese, in zona Città Studi.

Ha dovuto modificare le sue abitudini?

Direi proprio di no. Ho uno studio autonomo solo dal 2014, non lontano da casa, al Parco Lambro, ma nella mia abitazione ho tutto ciò che mi occorre. Stare isolato mi aiuta e vivo un po’ come un eremita metropolitano. Per almeno tre settimane sono rimasto senza Internet, che non mi è mancato, ho un telefonino di vecchia generazione e sono allergico ai social. Intorno a me non ci sono rumori e se non fosse per questo maledetto virus, sarebbe come stare a Milano in agosto, cosa che faccio normalmente.

[…] Credo che, in questo caso, la sua formazione le abbia giovato.

Certamente. Sono un artista autodidatta che si è laureato in Agraria. Ho fatto una tesi sul virus della vite… e avrei potuto fare il biologo o il virologo. Quegli studi mi hanno dato un’apertura molto ampia, direi quasi enciclopedica, e mi hanno condotto ad assumere un atteggiamento pratico nei confronti della mia ricerca. La mia è l’arte del coltivare e, qualsiasi opera realizzi, compio un’azione concreta sui materiali, come se fossero parte di un processo naturale. Oggi manca una coscienza storica e con un metodo pragmatico sarebbe stato più facile rendersi conto che quanto è accaduto non è affatto un episodio imprevedibile. Il coronavirus ha molti punti in comune con la spagnola che tra il 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone infettandone addirittura 500 milioni. Insieme al Giorno della Memoria, andrebbe istituita ogni anno la Giornata Mondiale del Virus. E poi va creato un servizio civile sanitario che coinvolga i cittadini in modo che sappiano affrontare le emergenze. Queste sono azioni pratiche, come quelle che ho imparato ad Agraria.

A cosa sta lavorando?

Da qualche tempo ho ricominciato a realizzare le Meridiane, un ciclo che è andato intensificandosi proprio nel periodo di clausura. Sono opere astratte di diversi colori, rosa, azzurro, giallo, viola, dove traccio linee e ombre che osservo muoversi stando seduto alla scrivania, davanti alla finestra.

Il cielo in una stanza…

Mi piace la sua definizione: per realizzare le Meridiane ho bisogno che ci sia il sole all’esterno e quando gli altri desidererebbero uscire, io lavoro. Smetto quando il sole si nasconde dietro le nuvole.

È un rituale zen condotto attraverso l’uso della carta su cui interviene con tempera, pastelli e acrilici. Il tema intorno a cui orbita gran parte della sua ricerca è quello della fragilità, una questione tornata particolarmente attuale in questo periodo. È come se, improvvisamente, il virus avesse messo in risalto le nostre debolezze e ci avesse reso consapevoli dei nostri limiti. Non ci sentiamo più invincibili e il timore ha preso il sopravvento sulle nostre sicumere.

Prendersi cura degli oggetti, lavorare sulla loro trasformazione e sui loro instabili equilibri mi ha sempre affascinato. Certo, questo non ha reso felici i miei galleristi, ma quando le opere vengono acquistate, molti collezionisti sono disposti a proseguire in questa non semplice arte della manutenzione. Durante il lockdown mi sono lungamente dedicato al restauro di Turbine, un mio lavoro del 1989 in quattro parti, realizzato con gli elenchi del telefono e pagine gialle, che appartiene a Sergio Casoli. Nel tempo, le pagine avevano perduto la forma e, con pazienza certosina, ho dovuto risistemarle rifacendo la “messa in piega”.

In questo periodo sta lavorando a distanza?

Sono impegnato in diversi progetti di carattere ecclesiastico, una committenza a cui non avrei mai pensato in precedenza e che oggi trovo particolarmente interessante. Posso raggiungere risultati che non immaginavo prima e di recente sono intervenuto all’interno dell’oratorio di San Giorgio a Martinengo, un piccolo comune nel Bergamasco. Dobbiamo uscire da una visione solipsistica; l’arte deve camminare con le proprie gambe e trovo assai coerente che si amplino le prospettive interpretative. Per un artista, la committenza rappresenta una straordinaria opportunità.

Quali saranno, secondo lei, i cambiamenti prodotti dalla pandemia?

È innegabile che tutti dovremo fare i conti con una pesante crisi economica. Non mancheranno, tuttavia, gli aspetti positivi e mi auguro ci sia il desiderio di ricominciare con regole nuove sapendo cogliere la sfida lanciata dall’arte. Eravamo giunti a fine corsa nell’ambito di un sistema attento esclusivamente alla speculazione e al consumo con un’omologazione culturale destinata al fallimento. Il nostro sistema va ripensato in maniera radicale e dovremo confrontarci con questioni fondamentali come, ad esempio, l’uso delle risorse. Penso che si stia chiudendo un ciclo, com’è avvenuto con la fine della Belle Époque.

A. Fiz, È finita la “belle époque”, in “Arte”, Editoriale Giorgio Mondadori, maggio 2020, n. 561, pp. 98-103.

Quale valore attribuisce invece alla dimensione temporale?

Il fatto che le opere d’arte ci superano nel tempo, invecchiano diversamente da noi, vanno in giro per il mondo con una loro socialità autonoma, facendo a meno dei loro autori.

Ha dichiarato che nelle sue opere “c’è molta letteratura”. Che cosa intende?

Tutta l’arte contemporanea contiene le mille narrazioni possibili che accompagnano le opere e gli artisti.
Si tratta di una letteratura specializzata che riempie riviste e cataloghi. Nel mio caso ci sono anche le mille letture capricciose che ho fatto e che formano la base dei miei riferimenti culturali.

Da molti anni vive a Milano. Che cosa ama particolarmente di questa città, oggi?

Ho il vizio di vivere in un’inquinatissima Milano, che non è la più bella città italiana, ma ha mille comodità ed è tra le meno classiste d’Italia.

E invece che cosa proporrebbe, se potesse?

Parchi, boschi, campi, e qualche area naturista, perché sono troppo pochi o non ci sono.

C’è un luogo dove le piacerebbe realizzare un suo progetto?

Ho già avuto tante occasioni insperate, non oso ancora.

Le sfide future dell’arte?

Chi sa dove va l’arte? Vale solo la pena di seguire quella che ci piace.

Stefano Arienti in tre parole.

Timido in età.

A. Baldoni, Riservato & Personale – Stefano Arienti fra natura, materia e tempo, in “Arte”, Editoriale Giorgio Mondadori, n. 577, settembre 2021, p. 153.

Come ha dato forma alla sua passeggiata virtuale tra le collezioni del MAMbo?

Non sono un critico né un curatore. La prima idea è stata di raccontare ciò che conosco, ma la selezione risultava piatta, troppo ristretta. Allora mi sono aperto alla ricerca, al gusto della scoperta, alla meraviglia della sorpresa, trovando artisti che non conoscevo.

Per esempio?

Paolo Manaresi, bolognese, che ho posto in apertura di percorso con Frate pittore del 1948, dipinto austero, che mi ricorda un famoso quadro di Rembrandt, ma sembra quasi una vignetta.

Un Assolo, come l’ha battezzato. Poi ha scelto di procedere per piccoli gruppi di opere, secondo un principio di “accostamenti felici”.

Accostamenti arbitrari, mutevoli, suggeriti da colore, luce, poesia. Oppure dalla ricorrenza di una forma: il tutto tondo, la verticalità, l’astrazione organica.

Le opere che l’hanno colpita di più?

Due. Grotta di Piero Gilardi, una boccaccia di plastica che sputa sassoni; non la caverna di Platone, ma lo scavo paleontologico dei fossili di Neanderthal, Densova, Cro Magnon. E la ceramica di Luigi Ontani, autoritratto che si fa paesaggio turrito, biografia che diventa tutt’uno con il paesaggio della propria storia; opera talmente forte, potente, preziosa, da essere icona, slogan fatto immagine. Dovrebbe divenire l’emblema del museo. Sembra monumentale, invece è piccolissima.

Lei invita a controllare sempre le misure in didascalia…

Spesso, nell’impaginazione digitale del progetto, siamo stati molto infedeli alle dimensioni reali dell’opera.

Nel suo zigzagare ha inserito soltanto ciò che le è piaciuto?

No. Ho cercato di adottare un occhio dinamico. Le collezioni fatte di capolavori sono in fondo dei manuali, stupende ma noiose. Al museo come nella vita c’è di tutto. Bisogna contemplare anche la possibilità di una delusione. E non è detto che sia un male. Insegna la libertà di costruire percorsi mentali alternativi.

[…] Cosa tiene gran parte di pubblico lontano dall’arte contemporanea?

Gli artisti. Troppo cervellotici, intellettualistici, non contemplabili.

I musei hanno, da parte loro, qualche responsabilità?

Non sono parchi giochi per adulti. […] Credo, invece, che i musei dovrebbero avere una dimensione più intima, per favorire un approccio più umano, confidenziale all’opera d’arte.

E ne esiste qualcuno così?

Le case museo. All’estero, l’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston. A Milano, Casa Boschi Di Stefano, ma quand’era ancora domestica, piena cioè di quei capolavori, che poi in parte sono stati trasferiti al Museo del Novecento, e Villa Necchi Campiglio, con la donazione della raccolta di Claudia Gian Ferrari. Opere ambientate in maniera così perfetta, da immergerti nell’architettura e in quel periodo storico, senza che nessuno debba spiegarti più nulla.

B. Marsano, Un’esposizione? No, un’esplorazione, in “Corriere della Sera”, 20 gennaio 2021, p. 38.