Scritti 2000-2009

Scritti 2000-2009

A Caravaggio invidio molto la precisione e la concisione.
È vissuto nell’epoca dello sfarzo, ma lui è il pittore della sobrietà, eppure la esattezza delle sue cose è sempre molto vicina alla immediatezza della sensualità.
Caravaggio isola sempre le sue figure nello spazio, il suo realismo fotografico ha bisogno di uno sfondo astratto su cui far risaltare i personaggi, le scene.
Le sue storie sono atemporali come un bel film in costume.
Nonostante l’apparenza di immediatezza e di realismo crudo il suo lavoro non è mai il risultato di una visione momentanea, un’impressione o un guizzo geniale, ma è sempre una scena ben impostata, con un’ottima regia e sempre ben recitata.
Con Caravaggio siamo già oltre il teatro, la sua pittura è già Cinema.
Gli artisti contemporanei sono ovviamente molto influenzati dal cinema, anzi si sprecano video o film girati dagli artisti, ma addirittura più forte è lo scambio nella letteratura, gli scrittori più noti sono quelli di cui si può vedere al cinema la trasposizione cinematografica dei loro romanzi.
Gli artisti in questo possono invidiare gli scrittori, raffigurano qualcosa che non è più il mondo raccontabile, ma riescono al massimo a dipingere vignette. Il realismo puzza sempre di stantio e comunque quando fa la sua comparsa si colora subito di moralità piagnona o di moda volubile.
Nessun film è la trasposizione cinematografica del linguaggio o delle storie dei quadri di qualche artista.
Abbiamo sempre o film diretti da un artista che imbraccia momentaneamente la macchina da presa o film che raccontano la vita degli artisti. A volte qualcuno ha fatto qualche sintesi felice delle due discipline, ma allora si parla subito di film d’arte, come per mettere le mani avanti. Ma a nessuno viene in mente di parlare di film letterario solo perché ci si rifà a un romanzo.
Caravaggio, forse, viveva in un’epoca senza particolari distanze fra Letteratura e Arte. Le sue storie e il suo linguaggio allegorico si trasportano in immagini senza nessuna difficoltà, sono quadri con dietro ottimi soggetti e sceneggiature, insomma quadri ben scritti. La distanza del tempo, inoltre, gonfia panneggi e scolpisce profili. Ritorna il soffio del classico e dell’antico, ma è un vento di vecchie parole, scelte apposta per attraversare il tempo.
Impossibile essere immersi nel trend più attuale e respirare solo aria fossile. Io invece vado al cinema o cerco di guardare alle mie cose con lo stesso occhio spassionato con cui scopro valore nei relitti del passato. Arrivano da mondi ormai lontanissimi e se vogliamo leggerli per quello che sono ci vuole una grande erudizione e tanta attenzione. E invece ci piacciono ancora anche solo con un’occhiata distratta. Accumulano malizie vecchie come il mondo, si fanno forti di abitudini inveterate, oppure sono parte di qualche consuetudine, non importa che sia fresca di novità o ricca di storia.
Caravaggio scandaloso e reietto? Era un pittore molto apprezzato che viaggiava nell’ombra di potenti personaggi, tutti i suoi quadri “rifiutati” avevano subito un acquirente pronto. Visse un’epoca violenta, ma con le stesse logiche di rivalità e pubblicità che viviamo oggi. Ha avuti cattivi biografi e una vita complicata.
Più buona per la facile letteratura che per l’oblio accademico. Ma è comunque un pittore straordinario, un pittore per i pittori, da lui si prendono mille spunti come quando si vede un film meraviglioso.

S. Arienti, in Conversione di Saulo, a cura di Sergio Sarra, Edizione Arte NOVA, Sambuceto, 2000, pp. 7-8.

Cos’è la stampa?
Si prende un’immagine chimica, la si modifica con procedimenti appropriati e la si mette in forma per un certo tempo.
Quando si mette in forma un’immagine chimica si possono scegliere due vie, quella dell’inganno e dell’ipocrisia, dove si pretende di eliminare l’elemento chimico e presentare un’immagine chimica, come se non lo fosse, così, irripetibile e risultato di nessuna contingenza. Oppure si adotta l’autonomia dell’immagine formata chimicamente, indipendentemente dalle parentele rispetto ai suoi simili, chimica fra chimici, ma irrimediabilmente individuo nella popolazione.
Non c’è nessun organismo, che il DNA riesca a stampare, che sia uguale a se stesso, i cloni sono la cosa più difficile da produrre. Prendiamo un caso classico, due gemelli omozigoti. Derivano tutti e due dallo stesso identico DNA, ci appaiono a prima vista identici, infatti lo sono il più possibile dal punto di vista del patrimonio genetico, si tratta di due cloni identici prodotti spontaneamente dallo stesso DNA. Non c’è bisogno della pecora Dolly per vedere due individui con lo stesso genoma, due gemelli infatti sono esattamente uguali come Io sono due cloni.
Gli studi sui gemelli non sono ancora così avanzati, ma tutti possiamo ricordarci di coppie di gemelli identici quanto mai diversi tra loro per mille caratteristiche: uno è miope e l’altro no, uno è mancino e l’altro destro, uno è gay e l’altro è etero, uno è esplosivo e l’altro riservato… mille imprevisti chimici cominciano fin da lì a farsi sentire.
La similitudine c’è ma è limitata, lo stampaggio dello stesso identico genoma finisce per dare due individui distinti che non possiamo far finta di considerare uno surrogato dell’altro. La prima immagine chimica che possiamo mettere in forma è quella fotografica a colori. Sta ferma mentre le immagini chimiche che si formano sulla retina si possono muovere, anzi vengono raccolte ed elaborate in movimento.
Nella testa avviene qualcosa in più rispetto alle immagini chimiche delle fotografie.
Tutti i processi di stampa hanno analogie con le immagini chimiche della testa umana, ma sono altrettante storie impreviste tra le possibili forme chimiche.

S. Arienti, Ancora sulla stampa, in Tirannicidi (La Stampa), a cura di Luigi Ficacci, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2000, p. 94.

Non ho mai frequentato un’Accademia ma solo l’Università (laurea in agraria), quindi ho sempre soltanto raccolto segnali sulle accademie italiane non certo incoraggianti. Addirittura mi veniva il sospetto che i giovani artisti che conoscevo, che le avevano frequentate, facessero di tutto per svincolarsi dalla loro esperienza accademica e magari avevano avuto insegnanti titolati, come Luciano Fabro. Personalmente ho sempre inseguito il sapere che mi attraeva dove si trovava, addirittura frequentando anche corsi di altre facoltà o Università, ad esempio programmazione dei calcolatori elettronici al politecnico 20 anni fa, oppure il corso di composizione architettonica di Corrado Levi ad Architettura, oppure mi facevo raccontare dai miei amici cosa studiavano, loro, studenti di altre discipline.
Avendo avuto il privilegio di annoiarmi oltre a studiare in quegli anni passando i pomeriggi ad ascoltare coscienziosamente dischi astrusi in biblioteca, così ho formato una mia cultura personale a metà tra enciclopedia e stravaganza. Che esperienza fortunata! Poter fare diversi lavori per mantenersi, farsi sballottare dal servizio civile, eccetera… tutto questo è stato molto formativo, capitare nella professione di artista quasi per caso, ma già preparato. Lo stesso mi capita ora con l’insegnamento, una piccola Accademia della provincia ricca e attenta, Bergamo, molto esigente, un’esperienza sicuramente anomala ma di qualità, molto stimolante.

S. Arienti, Appunti sulle Accademie di Belle Arti, in “Arte e critica”, n. 22/23 aprile-settembre 2000, p. 41.

Sono partito da personali riflessioni sul tema proposto “Migrazioni e Multiculturalità”, alla luce di eventi recenti legati a vicende non solo italiane; in particolar modo mi voglio riferire a tutta la lunga vicenda dello svolgimento del Primo World Gay Pride a Roma.
Mi ha molto colpito la generosità di partecipazione ad una manifestazione di portata culturale oltre che politica di dimensione mondiale, il contributo civile e leale di tantissima gente che dona la propria visibilità per favorire una trasformazione del pensiero e del sentire a disposizione di tutti. Parallelamente, soprattutto nell’ultimo anno, ho sviluppato una ricerca, la più ricca possibile sulle immagini amatoriali disponibili nella rete Internet che forniscono una autorappresentazione di coppie gay. Ho deciso che una parte significativa di queste immagini, liberamente circolanti nella rete, poteva fornire l’iconografia del progetto da dedicare a questa particolare occasione. Sto infatti approntando un’opera composta da una famiglia di elementi tutti legati a questo soggetto: “Coppie di gay nudi e abbracciati”.
L’opera è composta da un gruppo di almeno cinque o sei disegni di grande dimensione realizzati tutti in acrilico su poliestere.
Sto utilizzando questi materiali: pittura acrilica e poliestere bimattato in rotoli da 110 oppure 120 centimetri di altezza, dello spessore di 90 micron, molto robusto e indeformabile, resistente all’acqua (i primi disegni in lavorazione misurano cm 180 x 120, 188 x 120 e 200 x 120).
I fogli di poliestere che portano i singoli disegni hanno dimensione variabile, ma conservano fissa almeno la misura dell’altezza del rotolo da 110 o 120 centimetri. Non giudico siano necessarie cornici per presentare il lavoro nella mostra del dicembre 2000, ma utilizzerò semplici clips; è comunque possibile studiare successivamente una soluzione adeguata nel caso si voglia garantire una più agevole conservazione dei disegni.
Il compenso di £ 20.000.000 permette sicuramente di coprire le spese di produzione, trasporti, installazione, le mie spese di viaggio e di soggiorno, come indicato dal bando di concorso. Mi impegno a provvedere alla consegna dell’opera nei termini indicati. Allego alcune prove e studi, che ho realizzato ultimamente, che permettono di avere una idea dei materiali impiegati, dei soggetti e della tecnica di esecuzione dell’opera. Mi considero comunque a disposizione per ogni eventuale richiesta di chiarimenti o informazioni ulteriori.
Milano, settembre 2000.

S. Arienti, in Il premio del Centro 2000: migrazioni e multiculturalità, catalogo della mostra (Centro per le Arti Contemporane ex caserma Montello, Roma, 16 dicembre 2000 – 18 marzo 2001), a cura di S. Pinto e A. Mattirolo, Società Editrice Allemandi, Torino, 2000, p. 49.

Non è tanto il posto in sé, né la presenza di artisti e poeti assieme in un luogo circoscritto, se mai la possibilità di riprendere il filo di ragionamenti già fatti e metterli assieme. Rivedere i lavori di amici e conoscenti scoprendo nuove cose, ma soprattutto ascoltare i poeti leggere le loro poesie. L’arte e la poesia hanno qualcosa in comune che chiamerò necessità di intimità. Non vuol dire che si possano apprezzare solo e soltanto se ci si costruisce una situazione protetta, per un proprio momento privato di contatto individuale, non tutte e due funzionano bene anche in momenti collettivi di contatto pubblico. Sto invece alludendo alla necessità di avere un personale contatto dal vivo o dal vero.
Se non conosco nulla di bel canto è più difficile che possa apprezzarne qualcosa se mai ho avuto la possibilità di ascoltare dal vivo qualche interprete di grande bravura. È come se servisse un imprinting, una prima esperienza che fa capire delle misure che appartengono a quell’esperienza lì e solo a quella. Se sento cantare un cantante lirico che fa tutte le sue cose con una sicurezza impressionante, senza microfono, di fronte ad un pubblico attentissimo, in un momento di scambio emozionale comunque forte fra lui e il suo pubblico, solo lì in quel teatro capisco delle misure che posso mettere a confronto con altre esperienze per poter dare al canto lirico un posto particolare fra le esperienze apprezzabili.
Se sto con i poeti una settimana, ma se sto anche a sentirli, mi capita di avere la misura di come sono loro e di come vogliono farci vivere le loro poesie, è un esempio che mi offrono facilmente.
Sarà più facile allora prendere in mano un libro di poesie e apprezzarlo, come cosa che personalmente fa piacere fare, perché posso ricreare facilmente un’intimità con la poesia che qualcuno mi ha già mostrato una volta. L’arte vive le stesse necessità col suo pubblico: se non si sta almeno un po’ a contatto con le sue materie, le sue misure, le situazioni particolari dove si manifesta, si fa molta fatica ad apprezzarne le forme e i colori, le storie, i concetti e i personaggi che la animano. Tutto rimane distante e poco attraente.

S. Arienti, Rimuginamento duinese, in Residenze estive: incontro tra artisti e poeti, a cura di M. Gorni, G. Musetti, Il ramo d’oro, Trieste, 2000, pp. 38-41.

Luogo periferico, riposarci con qualcosa di ozioso.
Scegliere di raccogliere quello che si guardava personalmente tanto tempo fa.
Ma è rimasto lì.
La carta dei giornali che porta le immagini di Milano.
Dare colore a quello che interessa, arrotolando il resto.
Fare coincidere il riposo con il ricordo.
Quello che è attuale con quello che ci sembrerà già vecchio.
Speriamo sia servito a qualcosa.

S. Arienti, Stefano Arienti, in In-pressione, artisti contemporanei nella memoria industriale, di M. di Marzio, Christian Marinotti Edizioni, Milano, 2001, pp. 32-33.

La mostra Italian Boys raccoglie alcuni artisti italiani apparentemente diversi fra loro come età e mezzi impiegati: dalla pittura, immancabilmente italiana, ai video, ai computer…cerca infatti di testimoniare un clima e l’aspirazione degli artisti ad allargare i propri orizzonti, piuttosto che dimostrare qualche tesi.
Il clima politico italiano dopo la schiacciante vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, condiziona inevitabilmente la vita culturale italiana e porta in luce sia le responsabilità politiche dei precedenti governi, che la miopia di passati progetti culturali italiani.
Colonna della mostra, anche fuor di metafora, è l’opera presentata per l’occasione da Gianni Motti; le immagini di autopresentazione e autocelebrazione di Silvio Berlusconi, tratte da un suo opuscolo elettorale spedito a milioni di famiglie italiane, rivestono una sottile colonna già presente nella galleria. Il contesto politico si manifesta come architettura, sottile sottofondo, pervasivo e rassicurante con la sua spontanea stratificazione di famiglia, potere e religione.
La positività spigliata e calda, ma fin troppo appiccicosa, delle immagini della famiglia Berlusconi, si rispecchiano negli annunci “Oggi Sposi” raccolti dalla strada da Stefano Arienti. Tradotti in disegni su carta millimetrata, dispiegano tutta un’inattesa effusione di affettività, sottofondo emotivo individuale e collettivo.
L’idea di paesaggio emotivo o di paesaggio contemporaneo caratterizza lavori presenti nella mostra e apparentemente molto diversi fra loro, come la grande immagine fotografica di Luca Francesconi, l’opera ricamata da David Casini, le pitture e i progetti digitali di Carlo Zanni o lo scurissimo intrico di rami dipinto da Alex Cecchetti sui muri della Galleria.
Luca Francesconi, che agisce più abitualmente come performer, e che presenta un’azione appositamente pensata per gli spazi della galleria il 17 di ottobre, fotografa un cerchio di pigmento colorato in riva al fiume Po. Controluce radente e colori caldi danno all’immagine un aspetto misterioso, fatato incontro per alieni… eppure si tratta di elementi minimi e familiari.
Un’immagine ancora più semplice di rami scurissimi dipinti da Alex Cecchetti, colonizza i muri della galleria, sgocciolando colore nero sul pavimento. Il romanticismo di energia magica di Francesconi qui lascia il posto ad un’energia ancora più diretta e più cinematografica, che deborda in modo imprevedibile.
La tensione ad uscire dai propri limiti si materializza in un altro modo nell’opera di David Casini. Dedicata ai confini fra stati nazionali, mescola pittura e ricamo, usa il paesaggio più per descrivere lo spaesamento e i rispecchiamenti possibili. Analogamente a Cecchetti l’orizzonte è intrappolato e lontanissimo dai panorami del “bel paese” e del “grand tour” della dorata tradizione italiana.
Un cambiamento di prospettiva si trova anche nei lavori di Carlo Zanni, l’ingrandimento pittorico di oggetti digitali sposta l’attenzione dal paesaggio tradizionale a quello contemporaneo, proponendo una ridefinizione dell’idea stessa di paesaggio attraverso lo schermo del computer. È qui inoltre che possiamo trovare alcuni lavori dell’artista sotto forma di icone-ritratto.
Per la mostra Italian Boys Andrea Mastrovito ha realizzato un’opera video, collezionando sequenze di film famosi reinterpretati da animaletti di plastica, mantenendo inalterato il sonoro originale dell’edizione italiana. L’esuberanza che caratterizza il rimaneggiamento cinematografico si ritrova pure nei coloratissimi quadri con animali che si sbranano. Il titolo della mostra ci mette subito di fronte ad un luogo comune internazionale, quel machismo italiano così tipico nel ritratto della cultura nazionale. Mentre richiami alla classicità italiana rispuntano imprevedibilmente, dalla colonna traiana alla pittura di paesaggio.

S. Arienti, testo di presentazione della mostra collettiva, Italian Boys, a cura di S. Arienti, Analix Forever Gallery, Geneva, 12 Settembre – 31 Ottobre 2002.

Cara Barbara,

la curiosità ha guidato il mio primo incontro con l’Arte Contemporanea.
Conoscere Corrado Levi, assieme ai miei coetanei aspiranti artisti mi ha permesso di mettere a fuoco l’interesse e il piacere di praticare l’arte; gradualmente ho incontrato tutte le altre figure presenti nell’ambiente artistico: critici, curatori, galleristi, collezionisti, editori, giornalisti o semplici appassionati d’arte come io stesso mi consideravo allora.
Lo scambio di informazione, interesse, piacere della scoperta ha guidato la volontà reciproca di vedere il meglio di quello che si poteva fare o vedere, scambiando continuamente tra noi i ruoli di “attore” e “spettatore”.
Mi sono sempre concentrato sulla migliore qualità possibile che potessi esprimere, anzi su cosa fosse la qualità in sé. Ho scoperto nel tempo che l’Arte Contemporanea è solo una delle tante industrie culturali attuali, in più ammantata da una esclusiva aria di irregolare nobiltà; io detesto lo snobismo intellettuale ma sono costretto a viverlo, quindi cerco di restituire qualcosa della supposta condizione di privilegio che pratico con le qualità dell’arte che riesco a fare. Per riuscirci ho bisogno di un pubblico che recepisce quello che sto facendo in un rimando di apprezzamento e critica.
Individuare un proprio pubblico potenziale e vederlo crescere è la migliore forma di successo in arte.
Si fa fatica a confrontare il successo artistico nell’Arte Contemporanea con quello in altri specifici campi artistici, soprattutto se parliamo di cinema, televisione… o peggio se ci confrontiamo con campi al di fuori delle arti: imprenditoria, politica… Nel mio ambiente il successo non coincide necessariamente col successo professionale, ma con la realizzazione di una propria personalità artistica, riconosciuta come tale da un pubblico qualificato.
Questa particolare forma di successo è frustrante e limitante per chi cerca proprie soddisfazioni professionali ed economiche nell’arte ma permette di accogliere nell’ambiente artistico un numero sovrabbondante di personalità artistiche.

S. Arienti, in B. Martusciello e L. Bachis, Arte & Successo, Maretti & Wilde, Cesena, 2002, pp. 48-49.

Affrontai la personale in due tempi, nel gennaio del 1987 (…) Una serie di turbine appese al muro, poggiate a terra e, in un caso, sospesa dal soffitto, fatte di elenchi del telefono, Pagine Gialle, orari dei treni, due riviste di moda, quaderni di contabilità su imposte, paghe e contributi e ancora fascicoli di fumetti, scelti perché colorati. Il metodo di fabbricazione è autogeneratore e può ricordare certe azioni manuali tipiche dell’esistenza quotidiana in campagna: costruire turbine è un’azione che può essere assimilata a quella di pulire l’insalata, di fare trecce con le corde delle balle di paglia, di togliere i semi dalle pannocchie di mais usando un tuto per sfregare l’altro.

S. Arienti, in Il grande freddo – The big chill, catalogo della mostra (Galleria In Arco, Torino, 23 maggio – 13 luglio 2002), a cura di Luca Beatrice, In Arco, Torino, 2002, s.p.

Un piccolo big bang.
L’universo frattale.
La natura dello spazio e del tempo.
ll destino della vita nell’universo.

E ancora:

L’antigravità cosmologica.
Il mistero delle supernove lontane.
Buchi neri e universi paralleli.
Cosmologia con il fondo cosmico del microonde.

Ristampa dei Quaderni di Le Scienze. Gli studi della cosmologia recente approdano ad un linguaggio esoterico sempre più “fantasy”, si parla tranquillamente di quintessenza, di “schiuma” di spazio tempo, di universo inflazionario che si autoriproduce, etc .
La ricerca scientifica si applica in una sgargiante stravaganza di termini e di invenzioni. Siamo in presenza di una manifestazione di quel “cangiante” praticato come esempio di mostra d’arte da Corrado Levi nel 1986?
Beh, in quell’occasione Levi cercò di seguire una propria precisione assoluta, un massimo di rigore per niente lontano da quel rigore scientifico che è famigliare a chi frequenta le discipline delle scienze. Ma il tutto era composto di materie scelte liberamente, organizzate in una sua personale “fuga”.

L’idea compositiva di quell’esperienza è la lezione più alta che ho potuto raccogliere in quegli anni di osservazione. Per niente lontana da altri casi simili: “New Polverone“, “Spunti di giovane arte Italiana“, “Dopo Gondrand“, “Con sette giovedì“, etc.

lo assieme ad altri influenzabili personaggi entravamo in collisione con un mondo artistico ancora impressionabile quanto noi. Scoprivamo alla svelta il senso della qualità secondo quel sistema in rapida maturazione, che in breve tempo non avrebbe più concesso nessuna di quelle felici ingenuità che noi potevamo ancora trasmettere all’arte.
Il momento era particolarmente fecondo di linee disposte a scambiare mutualmente le proprie esperienze: una simile facilità interdisciplinare! Ma non solo: lo slittamento, il gusto dello spaesamento provocato da generi in apparente conflitto.
Tutto un mondo compresso in gerarchie di senso molto fisse, da fare saltare per aria.

Corrado Levi ha offerto la propria biografia non come un dato meschino e particolare, e nemmeno come un trampolino eroico, ma come il punto di partenza per un’inedita avventura intellettuale.
Un eccentrico pazzesco: me lo rivedo serissimo con un maglione multicolor e occhiali neri, che cammina da solo in un paesino del veneto, mentre io e mia sorella andiamo a vedere una delle mie prime mostre collettive, nel 1985.

New Kamasutra: II gusto di non negarsi le esperienze più coinvolgenti senza nascondersi, al limite dell’esibizione, ma non è proprio lì, nel mostrare tutti i propri esempi, che comincia l’esempio dell’arte?

La sua passione per la contingenza è il punto di arrivo di una avventura molto umana: nessuna possessione, nessuna vocazione, nessun destino da compiere. E’ un essere del tutto terrestre, di cui sono sempre ben visibili i punti deboli. Sembra un’eresia imperdonabile secondo i canoni correnti. Ma lui non è qui per vendere, quindi non deve sorvolare sulle pecche del prodotto: offre una visione volutamente incompleta, ma l’orizzonte è mantenuto sgombro.

Il suo teatro serve a sedurre la nostra attenzione, non la nostra distrazione; solo così il piacere di cogliere i pregi della circostanza compensa la povertà dell’espediente messo in atto.
Ci ha trasmesso spesso il gusto della scoperta, la possessività che contraddistingue quell’esperienza di distinzione culturale.
“Papà, guarda: è un capolavoro!” – “Stai zitto, non farti accorgere…”.

Come sia riuscito a trasformare un ingenuo campagnolo come me in uno stimabile artista è un mistero.
Non ha fatto niente di diretto, non ha mai detto fai così o fai cosà. Ho imparato nel corso dell’opera.
Ma mi accorgevo già allora che la mia attenzione si focalizzava su delle singole parole che lui usava in modo caratteristico: il gusto di seguire quelle parole mi ha fatto scoprire procedimenti possibili. Ma Corrado Levi è stato anche un grande diffusore dell’arte: me l’ha presentata in tutto il suo fascino e insopportabilità, senza mai diventare un divulgatore.

Un laicismo perfettamente consapevole, mai un atteggiamento da guru, mai nessun fumo mistico. Lui è uno così: un distillato di snobismo vissuto senza nessuna illusione. Attaccatissimo alle sue cose, ai suoi privilegi, al personaggio protagonista della sua storia, sé stesso. Ma allo stesso tempo ha il disincanto di chi sa che tutto questo costa caro, costa la vita. Mai ci si potrà riscattare completamente.

Il prezzo è troppo alto. E lui non vuole pagarlo proprio tutto: non abbiamo mai saputo la sua età.

S. Arienti, Cosmologia, in Corrado Levi: Vedere l’arcobaleno con la coda dell’occhio, a cura di L. Beatrice e G. Curto, Charta, Milano, 2002, pp. 228-230.

Ipotesi Olga.

Silenziosa, ma così precisa e diretta, senza tentennamenti.

Una raccolta di pensieri prima di tutto, nemmeno discorsi o propositi.
Forse sensazioni e anche ricordi.

Segni invece di disegni, anzi tracce, indizi… ma non forme.

Manca un canone a cui riferirsi, non si sfrutta una tradizione mutuata dalla musicalità della variazione, quindi non c’è, forse, nemmeno invenzione.

Indagine sì, misurazione personale. Essenziale, ma non spassionata, non scientifica, non rigida.

Spettinata?
Invece i segni così sottili non sono nemmeno ribelli, non sono scarabocchi alla ricerca dell’espressione,
sono naturali senza essere naturalistici.

Tanto bianco tanto vuoto, tanto tempo speso in contatto con le erbe meno spettacolari: la famiglia più numerosa fra tutte, quelle che sembrano tutte uguali, il genere Poa.
Più sintetico e lontano di così…

Olga dal suo appostamento bergamasco se ne frega dell’arte internazionale?
La decisione di disegnare erbari o estratti di paesaggi è un sublime snobismo?
È una rinuncia purificante?

Non c’è però nessuna durezza ascetica. Nessun paravento di rigore modernista.
Nessuna mollezza, ma nessun moralismo.
La sensualità è bandita, anzi i materiali sbiancati e bendati.
Eppure le cose si offrono in tutta leggerezza e semplicità, degne della miglior asciuttezza giapponese.

Olga filosofa e sa tutto sull’antichità dell’Arte, non vuole essere moderna perché le piacerebbe essere preistorica.

Il tratto è ventoso, ma più spesso una brezza, ha più temperamento di quanto appare.
La neve è più usuale del tropico. Mai meticcia, per fortuna non è monaca.

Il ritmo è seriale anzi “rituale”.

Leziosa, iperfemminile, patetica? Ma no,
semmai tombale, capitale, morale. II soffio del dramma, senza la tragedia.

Olga beffarda?
Cocciuta passatista, ha debellato ogni umanità dal suo mondo e, non contenta, ogni animalità superflua.

S. Arienti, in Olga Vanoncini Carte, testo di presentazione della mostra (15 giugno – 12 luglio 2003) Officina Linguaggio Immagine, Bergamo, 2003, s.p.

DELL’ INURBAMENTO

Quando tutta la campagna è diventata un’area urbana bella funzionante, non quando i contadini si trasferiscono in città a lavorare. A Milano, nord e sud si sono integrati al punto di produrre una cultura nuova. Quello che stava succedendo era il cambiamento simultaneo della civiltà contadina in civiltà metropolitana, anche per chi stava già nelle città del nord. Tutti si sono trovati impoveriti della propria cultura materiale, per tutti si trattava di ricominciare. lo appartengo alla generazione subito dopo il momento del cambiamento. Quando tutto questo accadeva ero un bambino o un adolescente, non attore ma spettatore privilegiato. Il cambiamento che accompagna la crescita della persona, per me ha un’escursione ancora maggiore.
Ho visto crescere il corpo e le sue funzioni, ho vissuto la fine di molte culture e ne ho viste nascere altre. Si trattava di sviluppare spontaneamente una particolare attitudine. Riconoscere e demistificare il pensiero culturale in evoluzione, via via sempre più inadatto alle condizioni dell’ambiente. Il mondo muta tanto alla svelta, l’attitudine a stare vigili permette di essere più liberi.

NUOVI BISOGNI

Il miglior modo per inventarsi una professione è riconoscere le proprie risorse. Quando qualcuno è disposto a comprarti qualcosa, per Io meno ti rendi conto di disporre già di un capitale. A meno che non si tratti del più antico mestiere del mondo, si tratta in genere di vendere delle proprie abilità particolari. La moltitudine si allena e si prepara, impara un’istruzione e una professione. Si lascia ordinatamente condizionare e predestinare dalle proprie capacità e dalla propria origine. A pochissimi è concesso uno statuto particolare, dove ti lasciano uno spazio supplementare. Non è dato bene di capire cosa sia, in cosa consista. Ne intuisci l’eccezionalità da una serie di regole e privilegi che lo accompagnano. Non ultimo particolare una maledetta leggenda: libertà; e non si capisce bene se sia una leggenda felice oppure no.

BISOGNA STARE AL GIOCO

Sembra che uno dei ruoli della nostra specie sia quello di stare al mondo. Ci siamo fatti carico di questo ruolo così diligentemente, che perfino tutto il mondo ne è rimasto segnato. Sembrerebbe che lo scopo di esserci sia la felicità, ma il mondo, promuovendo la nostra evoluzione, non aveva in programma nessuna speciale felicità. La felicità è un tipico prodotto umano, un artificio adulto che non ha nulla a che vedere con i divertimenti dell’infanzia. Allora impastavamo torte di terra, semplicemente. Quello di plasmare il mondo è sempre stato uno dei più grandi e felici divertimenti, fin dall’epoca in cui I’umanità si sentiva sicuramente in minoranza, ma allora il rischio più reale era quello di finire plasmati nella bocca degli animali predatori. La vivibilità del mondo parte dal cibo che ci serve, nulla ci vieta di gustarlo. Il gusto del cibo non dipende solo dal suo sapore ma anche dalla sua fattura, è così che la cucina è stata sicuramente una delle prime industrie umane.
Continua tutt’oggi il divertimento di saper mangiare tutto il mondo cucinandolo. Ma le arti si sono enormemente affinate, il cibo non basta, la bocca e lo stomaco sono già soddisfatti. Il divertimento manipolatorio dilaga verso altri campi, altri trofismi, il nutrimento non è più necessariamente solo mangiabile, la partecipazione non è più solo in prima persona, individuale. L’umanità si è articolata, arti e godimenti sono serviti a socializzare. La leggenda della felicità ha cominciato ad accompagnarci.

UNA PRIMA PROVA Dl VIVIBILITÀ

Quando vieni al mondo non hai nessuna idea di quanto diventi complicato poterci stare, molto complicato. Per fortuna c’è un sacco di gente che vuole occuparsi di te. Ad esempio, tutti si fanno carico di insegnarti qualcosa. C’è una quantità spaventosa di cose da imparare. Diventerai grande, avrai un lavoro e tutto il resto. Avrai la sicurezza di vivere. Ti sarai chiesto come vuoi vivere. Avrai già delle risposte. La vivibilità è un ultimo aiuto a stare al mondo, avrai un buon rapporto con te stesso e con il mondo. Se sei fortunato troverai dei buoni esempi. Ma tanti esempi sono già sotto i tuoi occhi. Li saprai vedere? Nessuno ti insegna a vedere. Tutti hanno qualcosa da farti vedere, cercano di convincerti che devi solo vedere.

GLI ANIMALI SELVATICI HANNO UNO SGUARDO TUTTO DIVERSO

Giustamente ci guardano attoniti e allarmati. Sanno benissimo con chi hanno a che fare. La diffidenza di chi viene dalla campagna ha qualcosa di selvatico. Di fronte agli spettacoli e alle parole è meglio diffidare persino di sé. Sana seconda occhiata, non ci evita di godere in prima battuta, ma ci evita di cascarci sempre allo stesso modo. Si gode di più con I’esperienza accumulata. C’è un occhio meccanico, che vede, incamera, memorizza, soppesa. Lavora con una memoria speculativa, troppo compiaciuta a ragionare; lasciamolo lavorare. C’è l’occhio sentimentale, molto più selvatico, ma non per questo è una bestia! Ha tante buone qualità animalesche, ma non dimenticare che è un occhio intelligente. Ha solo un’intelligenza peregrina, molto più svelta. Ti dà direttamente dei risultati non dei ragionamenti. Ti devi confrontare con dei dati finali, accorciare il giudizio.

L’IMMAGINARIO

Ogni persona ha potere visivo. Non c’è bisogno di essere dei visionari. Però bisogna rendersi conto di poter finalmente vedere da sé. Ogni identità contiene il proprio immaginario, ma se accetti l’immaginario preconfezionato che ci propinano, ahinoi! Spero che tu, mio benevolo spettatore, sappia sbrigliare il tuo sguardo selvatico. È così che saprai vedere questo differente esempio di immaginario. Stavolta eccotene un assaggio.

LA VERA DROGA È L’AMORE

Siamo continuamente incitati ad amare, da tutte le parti. L’amore ritorna costantemente. L’amore ama la naturalezza, ogni amante è impacciato o ha imparato. L’amore riesce solo ad insegnare l’amore. Non sarà tutto quanto uno dei soliti trappoloni? Fatto apposta per controllarci meglio? Il fatto è che funziona troppo bene! Ci vuole un minimo di diffidenza pure lì, tanto poi ci si casca sempre come pere cotte.

S. Arienti, Osservazioni – Bugie tutti i giorni, in “Flash Art”, n° 242, ottobre-novembre 2003, pp. 110-111.

[…] Se è impossibile che le opere d’arte non abbiano anche un versante concettuale, definire un’opera d’arte solo concettuale è talmente riduttivo da risultare un imbroglio.
Gli artisti che hanno lavorato in questo senso lo hanno fatto sicuramente in buona fede, soprattutto perché Io facevano nel momento in cui serviva fare questa operazione, come operazione di rottura rispetto a una situazione di cultura istituzionalizzata, attraverso il gusto e attraverso istituzioni che riconoscevano quel gusto in maniera molto precisa. C’era inoltre bisogno di una rivoluzione linguistica, che oggi, in un momento in cui abbiamo a disposizione nuovi materiali, ci sembra meno pionieristica e fresca. E poi io sono innamorato delle chiacchiere, mi piacciono molto gli aspetti legati alla descrizione, alla narrazione, alle influenze letterarie sulle cose, e mi sembra che nelle opere d’arte questa sia una cosa che succede continuamente. […]

S. Arienti, in S. Chiodi e B. Pietromarchi, Prototipi: laboratorio di cultura artistica contemporanea, Sossella, Roma, 2004, p. 124.

From Boetti, I inherited the Warholian idea that the world is already contaminated, prepackaged, with nothing left that is pure or original. ln this respect, Boetti’s orientation was different from that of most of the arte povera artists; they wanted to get to the root of things, to search for primary forms and symbols. ln my own work, I respond to the continuous flow of mass-media images in a personal way. I don’t want to interpret or deconstruct the meanings of images like Cindy Sherman or Richard Prince. Instead, I intervene at the level of their physical production and dissemination. l’ve folded comic books to make abstract sculptures; erased the texts of illustrated books, leaving only the images; and modified posters the same way, using ordinary erasers. I’ve cut up slides with a paper cutter and shopping bags with scissors. My goal has always been material disorientation, so that one discovers that the image, the work, banal as it is, contains a modicum of wonder.

– AS TOLD TO GIORGIO VERZOTTI

G. Verzotti, M. Shore (traduttrice), in “Artforum International”, n. 2, ottobre 2004, p. 261

Dichiarava più tardi l’artista ad Angela Vettese: “Prendendo dei puzzle che per la maggior parte rappresentavano paesaggi o fiori, e in qualche caso opere d’arte del passato molto popolari, utilizzavo dei tasselli per incollarli su dei poster rafforzandone i colori e confondendone le immagini. Per me i pezzettini di puzzle erano tipo pennellate da mettere su di un poster scelto indipendentemente. Mutavo la foto del poster in un’immagine volutamente di sapore impressionista. […]”

G. De Marchis, Album di viaggio in quarant’anni di arte italiana, 1960-2000, Allemandi & C., Torino, 2005, p. 166.

Olaf Stapledon
SIRIUS
Editrice Nord, Milano 2002

Romanzone preistorico (1944), storia d’amore fra una donna e un super-cane quasi umano… Sullo stesso tema virando nel sovrumano: Clifford Simak, Anni senza fine (Editrice Nord, 2005), siamo già negli anni ’50. Aspettative di evoluzione dell’intelligenza come amplificazione delle caratteristiche umane invece in pochi decenni: George B. Dyson, L’evoluzione delle macchine (Raffaello Cortina, 2000) e Albert-Làzlò Barabàsi, Link (Giulio Einaudi Editore, 2004) ci raccontano dell’intelligenza silenziosa che ci trascende senza farcelo pesare, che ci usa come simbionti fidati su cui crescere a scala inarrivabile, il punto critico già superato. Ricordo anche Stephen Jay Gould e Richard Dawkins su temi analoghi, tutti a dire qualcosa sull’evoluzione dell’intelligenza e comunque annullare l’antropocentrismo.

Jared Diamond
COLLASSO. COME LE SOCIETÀ SCELGONO Dl MORIRE O VIVERE
Einaudi, Torino 2005

Rispetto a Diamond, cauto ottimista, mi considero cauto pessimista. Troppi parallelismi fra la situazione attuale e quella di cento anni fa, con il culto della fiducia nel futuro e nel progresso a sbrogliare la matassa, sostituita dalla interconnessione globale di economia e cultura.
Ma il multiculturalismo è una creazione occidentale? Sempre di Diamond, Armi, acciaio e malattie (Einaudi, 1998) in fin dei conti è una ottima critica all’eurocentrismo. Ormai non ci si muove nemmeno così facilmente, come si poteva, solo 30 anni fa, in autostop. Forse nel 2017 non potremo viaggiare facilmente per l’Europa, addio Grand Tour.

Pascal Boyer
RELIGION EXPLAINED. THE EVOLUTIONARY ORIGINS OF RELIGIOUS THOUGHT.
Basic Books, New York 2001

Per farsi un’idea sulla questione delle credenze in generale. Non solo credo religioso, ma anche medico, scientifico, politico, sportivo, artistico… Ma più in fondo, un tentativo di dimostrare che la mente umana non è priva di effetti collaterali nel suo funzionamento fisiologico.
Niente di drammaticamente nuovo, ma l’idea che la religione parassitizzi la mente umana è troppo vicina alle ipotesi di intelligenze simbionti all’umanità. Altro che umanità riflesso della divinità, la religione è una secrezione delle nostre menti. Se la religione è un parassitismo e una dipendenza con pesanti effetti collaterali, riusciremo a trattare i credenti e i praticanti come i fumatori di oggi? Ma soprattutto, le credenze sono inevitabili?

Kano Eitoku,
MOMOYAMA PAINTER EXTRAORDINAIRE
catalogo della mostra a cura di Hideo Yamamoto,
Kyoto National Museum, 2007

Per cominciare a familiarizzarsi col rinascimento giapponese (era Momoyama), peccato che sia quasi tutto in giapponese… A quando una collana occidentale di lussuose monografie su Sesshu, Sotatsu, Ogata Korin, Soga Shohaku, Nagasawa Rosetsu, eccetera? L’eurocentrismo si nutre anche della sua ingenua presunzione di superiorità artistica, anzi, non solo lo studio della storia dell’arte è scandalosamente parziale, ma addirittura lo si accorcia agli ultimi 50 anni; ancora più scandalosamente, spariscono tutte le tradizioni classiche, curiosità per specialisti, e difficilmente digerite dalla fabbrica delle biennali contemporanee. Rimangono fuori solo i soliti santini, Leonardo, Impressionisti, Ukiyo-e…

Marzio Barbagli, Asher Colombo
OMOSESSUALI MODERNI. GAY E LESBICHE IN ITALIA
II Mulino, Bologna 2007

Recentemente ripubblicato e aggiornato, ma qualche voce in più anche in: Paolo Pedote e Nicoletta Poidimani, We Will survive! (Mimesis, 2007). Qui sono cautamente ottimista, nonostante tutto, la direzione delle vite delle persone omosessuali riesce a trovare una propria dimensione di crescita, e di stabilizzazione, anche nell’ambiente istituzionale italiano non proprio favorevole. Già qualche anno fa Paolo Rigliano intitolava Amori senza scandalo (Feltrinelli, 2001) il suo saggio sull’identità omosessuale, in contrapposizione alla tradizione italiana del gay irregolare e antisistema che tuttora ha i suoi eroi in Pier Paolo Pasolini o Mario Mieli…

S. Arienti, 5 Libri Scelti da Stefano Arienti, in 5 Libri, Proposte per una Lettura Creativa, a cura del Centro di Documentazione Arti Visive, Connecting Cultures Editions, Milano, 2008, pp. 12-15.

Caro pupà,

non avrai saputo che quando è morto tuo fratello, solo qualche anno dopo di te, mi hanno telefonato qui a Milano, non so bene se qualche sorella o qualche cugino, per chiedermi se ero d’accordo a rinunciare alla concessione perpetua delle tombe di tuo nonno e di tuo bisnonno.
Si sarebbero liberati dei preziosi loculi al cimitero, e in uno avrebbero messo il tuo famoso fratello.
Quello con cui non andavi proprio d’accordo.
Quello che non ho mai conosciuto, ma neppure io I’ho mai cercato, e di cui conosco la voce solo perché l’ho sentito parlare davanti al giudice.

Ho pensato che non ti ho conosciuto molto bene nemmeno io.
Mi accorgo che ho iniziato a parlarti troppo tardi.

Devi sapere che mi sono opposto alla rinuncia della concessione perpetua. Non so se sono stato l’unico ad oppormi, credo di no.
In ogni caso serviva l’assenso di tutti, ed io ho negato il mio.

Detesto andare al cimitero, e quando la mamma mi ci portava da piccolo non mi piaceva per niente. Ma avevo imparato delle cose che apprezzavo.
Avevo imparato dov’era la tomba del trisavolo, e mi divertiva andarla a vedere, anche se non era una di quelle previste nel giro delle visite ai morti.

Non vado mai al cimitero, ma sono contento che la concessione perpetua degli avi valga ancora. Oggi il comune non ne concede più da decenni, persino la tua tomba e quella della mamma, anche se sono nella cappella che ha fatto costruire lo zio Lisander, saranno esumate allo scadere di tot anni…

Spero che i futuri discendenti di Michele e di Antonio continueranno a fare durare la concessione perpetua. A me piace che continui ad esserci.

S. Arienti, in M. Gorni, A mio padre, Campanotto Editore, Pasian di Prato, 2009, p. 14.