Riviste 2010-2019
Riviste 2010-2019
LA CARTA AL CENTRO
Qui ogni angolo dello studio è una casa e ogni angolo della casa è uno studio e difatti l’artista dice: “Non ho mai bisogno di un punto particolare per lavorare, riesco a lavorare ovunque e in mezzo ad altre persone. Non ho neanche la disciplina di uscire di casa per andare in studio. Non ho neppure la divisione del tempo di lavoro e tempo libero, lavoro sempre e mai”. Ci sono molte tipologie di carta in questo studio, dato che la carta è il suo elemento preferito. Carta da stampa, carta-stampata, carta-cartoline, carta-poster, carta-libro, carta-copertina, carta da disegno, carta millimetrata che usa a seconda di cosa gli serve da presentare: carta-canta, carta-carta. La carta millimetrata la sta usando per disegnare un’aiuola di ciclamini, una mano-aiuola che esce da una siepe fatta di ciclamini. Mano verde, pollice verde.
Novità assoluta è la pittura a mano: “Questa estate mi sono messo a dipingere, ho fatto dei disegni per la Fondazione Zegna che ho chiamato Telepati, alcuni inventati da me e altri ripresi dai bambini di una scuola di Trivero, Biella, dove ha sede la Zegna”. Questi sono poi serviti per essere disegnati-incisi sui vari mucchi di sassi, “pietre telepati”, servono a segnalare la mia opera, che consiste nell’istallazione di antenne per la fornitura wi-fi nella zona della Fondazione. “Mi diverte che la tecnologia abbia un’obsolescenza rapidissima, mentre i sassi rimarranno”. C’è anche un letto-divano in questa casa-studio ricoperto di stoffe usate a suo tempo per fare dei disegni; in realtà non è un letto-divano, ma un materasso con sopra un’opera fatta di lastre di polistirolo e poi ricoperta da stoffe, insomma una sorta di magazzino.
LA RADIO SPENTA
[…] Qui tutto è più simile a un deposito di un cartolaio: opere in scatole, in tubi, impacchettate, ammucchiate. Un archivio cartaceo che serve da memoria e stimolo: “Conservo soprattutto le opere che non sono piaciute, le riguardo e da lì vengono studi per altre cose. Non ho mai avuto troppa urgenza di avere un deposito da un’altra parte, perché tutto mi serve da stimolo”. Vediamo cataloghi d’arte e non arte, libri vari, cd, dvd e scopriamo che “l’anno scorso mi sono stufato di ascoltare musica e ho comprato molti cd con suoni della natura e anche dvd. Il modo migliore di ascoltare la radio è spegnerla”. La città è rumorosissima e quindi di suoni ne abbiamo abbastanza. Tesi futurista e alla John Cage. Siccome non ci sono immagini d’arte, ma molti cd, finiamo per parlare di musica e di quanto questa, soprattutto agli inizi, lo abbia influenzato.
MUSICA E LIBRI
Alla fine degli anni Settanta ascoltava molta musica pop e andava ai concerti di Frank Zappa, Brian Eno, artisti a cavallo di discipline diverse: “Mi hanno dato informazioni in più sulle arti visive e la mentalità per avvicinarmi alla produzione artistica in un modo contemporaneo. Conoscevo la minimal music che mi ha dato modo di lavorare in modo minimal nell’arte, non conoscevo la minimal art. Infatti mi interessava e mi interessa come discipline diverse si influenzano a vicenda, passando da un modo e da un mondo all’altro in maniera imprevedibile, il che mi dà modo e mondo di non essere in una genealogia, ma in una rete in cui le informazioni ti arrivano da tante direzioni diverse”. Quindi i libri sono come il tubetto di colore per il pittore. Molti sono libri di studio e/o documentazione, molti altri, soprattutto quelli con tante immagini, libri che vengono trasformati in opere d’arte. Poi i computer farebbero pensare a un uso smodato di internet, ma troviamo conferma che per le immagini è molto più legato al cartaceo. Mostra un pacco di ritagli che ha collezionato quando aveva 15 anni, a conferma che è sempre stato raccoglitore di immagini. “Certo, l’era digitale amplia enormemente le possibilità, ma io conduco una microguerriglia contro questo dilagare. Guardo molto Google immagini, quelle che non c’entrano niente con il soggetto che ho digitato e altre immagini che la gente posta in internet; mi interessa lo scarto. Sicuramente oggi non scatto più immagini, perché le trovo su internet, ma so che questa immaterialità si trasformerà in qualcosa di materiale e manualmente manipolato”.
G. Di Pietrantonio, Tra le carte di Stefano Arienti, in “Arte”, n. 460, dicembre 2011, Editoriale Giorgio Mondadori, pp. 100-104.
In queste pagine ci concentriamo su due proposte di ricerca, significative perché da un Iato esprimono un segnale di ospitalità da parte della Chiesa verso l’arte e il design, intesi come agenti di un’innovazione formale non più graduale ma evidente, e dall’altro sottolineano l’importanza della progettazione partecipata, a tutti i livelli.
[…] Il secondo episodio riguarda una chiesa del XV secolo a Sedrina, provincia bergamasca. Un’architettura del Condussi con, al suo interno, opere di Lorenzo Lotto e Giampietro Silvio. Il parroco aveva intuito che un tale contesto avesse bisogno di una soluzione in cui lo studio dello spazio e il progetto dei volumi preparassero il terreno all’intervento dell’arte contemporanea. E si è quindi affidato a un solido collezionista nonché costruttore, Tullio Leggeri, che attraverso la fondamentale collaborazione dell’architetto Guglielmo Renzi ha impostato i confini d’intervento dei due artisti selezionati in accordo con il parroco. È stato lui il decisore ultimo e quell’anello forte della catena senza il quale solitamente progetti di questo genere naufragano tra insicurezze formali e mediocrità. La scelta è ricaduta su artisti di primo livello, Mario Airò per l’ambone e la pedana, e Stefano Arienti per l’altare. In questo progetto gli elementi fondamentali non sono solo formali ma anche metodologici: la fermezza della committenza che ha lottato contro le resistenze delle istituzioni si è aperta al consiglio di un consulente il quale ha saputo garantire un progetto d’interni silente e puntuale e coinvolgere due artisti capaci di declinare il proprio linguaggio con un segno tanto deciso quanto liturgicamente coerente.
M. Sammicheli, Cronaca di un’estetica, in “Abitare”, n. 514, luglio-agosto 2011, pp. 93-101.
La differenza tra casa e studio per lui non esiste. “Vivo in un appartamento degli Anni ’20, anche mio pensatoio per la creazione. Non sono mai riuscito a lavorare in loft, spazi enormi, devo avere tutto a portata di mano, a meno di un metro di distanza. E così ho affittato sullo stesso pianerottolo anche altri locali a uso deposito”. Una coabitazione forzata con il lavoro. A Stefano Arienti il produttore di tessuti Miroglio (per il quale l’artista ha anche disegnato dei pattern delle stoffe) ha chiesto proprio di “allestire” il suo studio nello stand alla fiera Première Vision di Parigi. Tra pochi giorni s’inaugura invece il suo progetto alla Fenice di Venezia (a cura di Francesca Pasini per la Fondazione Bevilacqua La Masa, dal 27 luglio) che ha visto illustri predecessori (come Kentridge) ideare un’opera video per il sipario tagliafuoco del palcoscenico. Arienti ha scelto di realizzare un collage filmico con le immagini di 700 custodie di cd di musiche da tutto il mondo. “Un oggetto in declino del quale io cambio la destinazione materiale”.
F. Pini, Che cosa sta preparando Stefano Arienti, in “Sette – Corriere della sera”, n. 29, 20 luglio 2012, p. 107.
Un protagonista della scena creativa, fortemente ispirato dall’Arte Povera, che si misura con l’industria di Noviglio, stampi e produzione industriale, grandi numeri e mobili che fanno parte dell’abitare contemporaneo. Stefano Arienti, che è nato ad Asola (Mantova) nel 1961, racconta il suo percorso: “Mi aveva parlato di questo progetto il designer Ferruccio Laviani, con il quale ho collaborato in passato. Dopo aver visto lo spazio mi sono convinto ad accettare la sfida”.
[…] Una poetica concettuale, fatta di trasformazioni e ricollocazioni di immagini esistenti e oggetti quotidiani. Di citazioni (da Alighiero Boetti a Tony Cragg, con la sua estetica del riuso dei rifiuti) e ispirazioni che arrivano da maestri come Michelangelo Pistoletto, in un continuo dialogo tra passato e presente. Un artista raffinato. E non inganni la barba ascetica: “Mi piace collaborare con le aziende chic – ammette – non mi sento per nulla in imbarazzo. Certe contaminazioni non devono essere intese come un limite, ma come una forma di libertà”. Ne aveva parlato e discusso anche con Luciano Fabro: “Ogni occasione di confronto – continua Arienti – è per me un arricchimento. Poi certo, si lavora anche per proprio conto. Ma io ho la stessa attenzione per Michelangelo e Philippe Starck”.
A. Sacchi, «Michelangelo e Starck? Meritano uguale rispetto», in “Corriere della Sera”, Sabato 24 ottobre 2015, p. 38.
La costante è la manualità, perché il tratto distintivo di Arienti è proprio il fare tutto o quasi a mano, con molta fantasia e in piena era digitale, sfidando anche le grandi dimensioni. Altra caratteristica, la semplicità quasi disarmante, “non-artistica” delle procedure: ricalcare, bucherellare, tagliare, fotocopiare, disegnare su proiezione, con grande uso di carte e stoffe, di spilli, taglierini e cerniere. Poco, quasi nulla di rettamente artistico, Arienti ha in un certo senso portato alle estreme conseguenze l’intento anti-autoriale e socializzante delle avanguardie che l’hanno preceduto, che sottraevano pathos all’atto creativo per aprirlo maggiormente alla fruizione e anche alla partecipazione del pubblico.
G. Verzotti, L’immagine rielaborata di Arienti, in “Arte”, n. 524, aprile 2016, Editoriale Giorgio Mondadori, pp. 76-80.
A dispetto del ricercato isolamento del suo studio, Arienti è artista strutturalmente collaborativo. Se ne ha conferma immediata nella scelta delle opere che ha voluto esporre a Modena. Gran parte nascono da un rapporto di committenza; un rapporto che non è semplicemente meccanicistico ma che si sviluppa dentro un dialogo e con momenti di percorso comune. “Mi piace lavorare su committenza. Mi stimola. Non Io sento affatto come una limitazione. Mi piace anche la committenza ecclesiale, che ultimamente si è fatta anche più frequente”, spiega Arienti. A Modena sono infatti presenti gli studi per il motivo per l’altare della Parrocchiale di Sedrina, in Val Seriana. Ma sono presenti anche i lavori realizzati per Zegna e per Kartell. “Sono aziende che hanno un’immagine molto precisa, e hanno una lunga storia di attenzione al contesto umano e naturale in cui producono. Ammiro il volto di quest’Italia produttiva e in un certo senso voglio fare la mia parte…”. Non c’è invece a Modena (e non potrebbe esserci…) un intervento che Arienti ama molto, realizzato per la Fondazione Zegna: un impianto wi-fi portato nel comune di Trivero, nel Biellese, che l’artista ha voluto marcare con opere di natura opposta, vagamente primordiale: sassi con dipinte sopra delle facce, I Telepati. “Mi piaceva che le sculture incarnassero quest’idea di comunicazione immateriale. Come se una tecnologia contemporanea quale Internet realizzasse un sogno antichissimo dell’umanità: quello di comunicare a distanza. “senza fili”.
G. Frangi, Via la patina del passato: responsabilità, in “Alias – Il Manifesto, 7 maggio 2017, p. 12.
“Se mi viene chiesto, mi definisco pittore, perché mi piace avere a che fare con il lato oggettuale delle immagini”. ln una conferenza (successivamente trascritta) Stefano Arienti delinea con queste parole la propria identità artistica, descrivendosi poi come “un artista che lavora con le immagini, con la materia delle immagini, con gli oggetti che portano le immagini, con una sensibilità materica che portano le immagini”.
[…] Nell’immaginario di Arienti, la storia dell’arte – e specialmente la pittura – occupa un posto centrale. La sua cultura visiva matura in modo sostanzialmente autodidatta (“Ho imparato la storia dell’arte facendola”, dichiara). Uno dei modi prevalenti attraverso cui avviene il confronto con questo patrimonio è l’ambito della riproduzione. Fra i formati più popolari di divulgazione della storia dell’arte, il poster manifesta la perdita dell’aura e la logica di commercializzazione dell’immagine che eccede nel kitsch. A enfatizzare questo carattere, la selezione di Arienti si concentra in maniera particolare su riproduzioni tratte dal catalogo della pittura Impressionista e Post-lmpressionista (ricorrono soprattutto i nomi di Monet e Van Gogh), o su paesaggi che rimandano a quell’iconografia.
[…] Fra 1988 e 1989 l’artista mette a punto quasi simultaneamente una serie di tecniche caratterizzate dai medesimi criteri di semplicità e ripetitività. Nella traforatura, l’approccio infantile alla figurazione disegna una traiettoria che conduce dall’antico procedimento dello spolvero al Pointillisme e Fontana […].
Un’altra delle operazioni maggiormente praticate interessa le tessere di puzzle: sovrapposte in alcuni punti dei manifesti, secondo criteri di affinità o contrasto cromatico, le tessere diventano per l’artista “tipo pennellate da mettere su di un poster scelto indipendentemente”. II soggetto naturale è cosi indirizzato verso un’immagine di sapore pittorico, contraddicendo la bidimensionalità del supporto tramite il lieve aggetto delle tessere, che cita la tecnica impressionista (Giardino di Monet, 1989). ln maniera analoga, in un altro fra i cicli più noti, il pongo è applicato in determinate aree della superficie, a mimare la matericità della pennellata (Girasoli, da Claude Monet, 1994); (Notte stellata, da Van Gogh, 2016).
[…] Parte rilevante della produzione di Arienti deriva dalla pratica collezionistica, che interessa nel suo caso oggetti diversi. Fra questi, la cartolina è un altro formato che esemplifica la mercificazione dell’immagine (anche d’arte). L’artista la utilizza in quanto tale o traducendola in lastre di polistirolo, su cui interviene attraverso varie forme d’incisione (Cartoline, 1990). Il grado di violenza sull’immagine s’intensifica nelle diapositive (dal 1991), graffiate a rivelare l’emulsione sottostante e accentuando i valori del segno e del colore (Emanuela, 1996).
Alla fine degli anni Novanta data l’attenzione nei confronti dell’universo tessile: raccolti nel corso dei viaggi, materiali come stoffe o tappeti entrano nel lavoro di Arienti per la qualità materiale con cui traducono l’immagine, in specie il repertorio ornamentale, veicolo di contaminazioni culturali.
[…] La via paradossale alla pittura di Arienti attraversa anche un terreno limitrofo, che nell’ultimo decennio appare sempre più integrato alla pratica artistica: il riallestimento di collezioni museali, in cui l’artista è chiamato a svolgere funzioni curatoriali. […]
S. Ciglia, Una «via paradossale alla pittura», Stefano Arienti, in “Flash Art”, n. 345, settembre 2019, pp. 58-63.